Lucio Fontana (Rosario de Santa Fe, 1899 – Comabbio, 1968)
Il piatto presenta un'ampia tesa circolare e un cavetto poco profondo, interamente rivestiti da una vetrina scura con riflessi verdi e bluastri. La superficie è attraversata da sottili incisioni, segni irregolari e tracce della lavorazione manuale, mentre alcune impronte digitali, lasciate dall'artista su entrambi i lati, testimoniano l'intervento diretto sulla materia. La firma, tracciata a graffito nella parte inferiore del cavetto, si integra nell'insieme dei segni che interessano la superficie ceramica.
La produzione ceramica occupa una posizione centrale nel percorso di Lucio Fontana, costituendo uno degli ambiti nei quali l'artista sviluppò, a partire dagli anni Trenta, una ricerca rivolta al superamento dei confini tradizionali tra pittura e scultura. Fondamentale fu il rapporto con Albisola, centro ligure della produzione ceramica e luogo di incontro tra artisti e artigiani, dove Fontana iniziò a lavorare presso la manifattura Mazzotti, entrando in contatto con Tullio d'Albisola e con l'ambiente del secondo Futurismo. Il soggiorno ligure, insieme alle esperienze condotte presso le manifatture di Sèvres, contribuì alla definizione di un linguaggio plastico nel quale modellato, colore e materia risultano strettamente connessi.
Datato 1958, Concetto spaziale, appartiene a una fase ormai pienamente matura della ricerca di Fontana, segnata dall'elaborazione dei principi dello Spazialismo e dalla progressiva centralità del gesto come strumento di intervento sulla superficie. Il piatto costituisce un esempio significativo della continuità tra le sperimentazioni ceramiche avviate negli anni Trenta e le successive indagini sul rapporto tra materia e spazio. La forma circolare, riconducibile a una tipologia tradizionale della produzione artigianale, viene sottratta alla propria funzione d'uso e trasformata in un campo di sperimentazione plastica. L'intervento dell'artista si concentra sul trattamento della superficie, dove il rivestimento scuro, segnato da variazioni cromatiche e da tracce gestuali, modifica la percezione della concavità del supporto. I graffiti incidono la continuità della vetrina, mentre i riflessi verdi, determinati dalla diversa incidenza della luce, accentuano le variazioni della materia. Le impronte digitali, presenti sul fronte e sul retro, assumono particolare rilievo in questo contesto, poiché rendono evidente il rapporto fisico tra l'artista e l'oggetto, conservando nella superficie le tracce del processo esecutivo. Tale procedimento si collega alla concezione della materia elaborata da Fontana e approfondita criticamente da Giulio Carlo Argan già alla fine degli anni Trenta, secondo la quale il colore non costituisce un elemento accessorio del modellato, ma partecipa alla definizione dello spazio plastico. Nel piatto del 1958 questa relazione si manifesta attraverso la sovrapposizione tra il volume concavo del supporto, la continuità del rivestimento e i segni che ne interrompono l'uniformità. La ceramica diviene così un luogo di confronto tra forma, gesto e luce, in una ricerca coerente con quella che Fontana conduce contemporaneamente nei Concetti spaziali su tela e su carta. Attraverso l'intervento diretto sulla superficie e la valorizzazione delle proprietà della materia, Fontana riconduce una forma appartenente alla tradizione artigianale entro un'indagine propriamente scultorea.
Opera accompagnata da autentica della Fondazione Lucio Fontana, Milano, e registrata con il n. 4579/1.