Carlo Bonavia (Roma, 1730- Napoli, 1788)
Carlo Bonavia è una figura di spicco tra i paesaggisti italiani del XVIII secolo, nato a Roma nel 1730, attivo principalmente dalla metà degli anni ’50 a Napoli dove rimase fino alla sua morte avvenuta nel 1788. Influenzato inizialmente da Salvator Rosa, dovette gran parte della sua ispirazione a Vernet, che ha portato a molti casi di confusione sull’attribuzione. Proprio come il paesaggista francese, Bonavia riuscì a sviluppare una clientela internazionale di aristocratici stranieri durante il Grand Tour, come Lord Brudenell e il conte Karl Joseph Firmian che fu ambasciatore d’Austria a Napoli dal 1753 al 1758 e che possedeva non meno di diciassette dipinti di Bonavia. L’opera in esame è stata in passato attribuita a Hubert Robert, celebre artista francese, vedutista e paesaggista, noto per il suo profondo interesse verso la rappresentazione delle antiche rovine romane, spesso poste al centro di suggestive composizioni pittoriche. Tale impostazione risulta chiaramente ripresa da Bonavia, sia nella scelta dei soggetti architettonici sia nella resa dei cieli solcati da nubi cariche di tensione, oltre che nell’adozione di peculiari inquadrature prospettiche.
Il dipinto rappresenta un paesaggio fluviale turbato da un violento incendio che interessa gli ambienti retrostanti del castello collocato in primo piano sulla destra della composizione. L’architettura fortificata, insieme alla scogliera naturale posta sulla sinistra, svolge una funzione di cornice visiva dell’intera scena. Da quest’ultima emerge inoltre un albero della tipologia di Salvator Rosa rinsecchito e contorto che si protende verso il centro della composizione. L’evento drammatico sconvolge gli abitanti del paese, animato da figure colte in atteggiamenti di fuga e di soccorso, dispiegando una scena densa di enfasi e spettacolarità, prossima alla teatralità.
L’opera rivela un debito significativo nei confronti degli esempi seicenteschi dedicati al tema del paesaggio, in particolare quelli di Salvator Rosa, attivo nel medesimo ambito napoletano, e probabilmente anche nei confronti della pittura di Herman van Swanevelt per quanto concerne lo studio della luce. Caratteristica comune a questi artisti è la fusione tra osservazione del reale e invenzione: sebbene siano riconoscibili riferimenti alla campagna romana, gli elementi fantastici si allontanano da ogni intento descrittivo a favore di una costruzione teatrale della scena, che enfatizza il luogo dell’incendio, animato in primo piano da fuggitivi e curiosi accorsi ad assistere all’evento. Appare maggiormente legata alla cifra concitata ed enfatica tipica della produzione settecentesca animata dalla categoria estetica del sublime che giustifica la scelta di fondare l’immagine su un chiaro binomio cromatico e luministico: da un lato la fredda luce azzurra del cielo, dall’altro il fuoco che lambisce le nuvole e le tinge di rosso.